Quando Matilde arrivò in famiglia, Bernardo e Silvia erano già genitori di Giovanni da cinque anni. 

Decisero il suo nome rispolverando la proposta di quando aspettavano il primo figlio. Non avevano voluto sapere il sesso,  così avevano preparato  due opzioni. Nacque un maschio e l’altro nome rimase in sospeso. Quando arrivò una bella femminuccia decisero che era giunto il suo momento e quel nome, rimasto nelle pieghe dei ricordi di un lieto momento,  trovò spazio nella famiglia Capecchi.

Matilde è stata una bimba prima e una ragazzina poi, come tante altre. 

Mamma Silvia riprese il lavoro quando lei aveva solo 10 mesi, così fu affidata  alle tate del nido. 

A 3 anni arrivò il momento della scuola dell’infanzia dalle suore. 

Matilde non piangeva mai, neppure quando la mamma la salutava e se ne andava. Era troppo grande l’amore che l’avvolgeva in casa, che non deve aver mai avuto il dubbio che non tornassero a prenderla.

Furono gli anni delle prime scoperte ed esperienze e nacquero le prime amicizie. Tutto scorreva tra l’asilo e la famiglia, circondata dall’amore,  in particolare di Giovanni, con il quale aveva un rapporto speciale.

Tra un disegno, una canzone, una recita e tante risate arrivò il tempo della scuola primaria. Si aprirono le porte delle aule della vecchia scuola Fucini. Fu babbo Bernardo ad accompagnarla in quel “primo giorno” di scuola.

Il grembiule ben stirato e due pennelli rossastri, uno zaino in spalla e un radioso sorriso, sono rimasti impressi nelle tante fotografie di quel giorno.

Furono gli anni dei lavoretti con la maestra Lorella,  dei disegni, delle poesie imparate a memoria per Natale, degli auguri per le feste della mamma e del babbo; momenti di sorrisi, amicizie nuove, entusiasmo ed energie a mille per affrontare, uno dopo l’altro, i giorni tra una foto, una vacanza e un ginocchio sbucciato.

Adesso la casa restituisce in modo inaspettato pezzetti di quegli anni passati troppo in fretta. Così può succedere che esca da un cassetto una poesia scritta in corsivo su un  foglio colorato, un disegno con le tempere piuttosto che un lavoretto con la carta. 

Arrivò anche il tempo della danza.

Felice, stava sulle punte con indosso il suo tutù per ballare, rincorrendo le note. Nelle foto e nei video che hanno immortalato quei momenti, si può ancora vedere la sua chioma rossa tagliare l’aria e le sue gambe volteggiare.

L’estate significava  mare, allora bisognava saper nuotare; così con l’amica del cuore, via al corso di nuoto a Pistoia . Sempre con l’entusiasmo di quel tempo, dove tutto sembra possibile, anche sognare.

A 8 anni iniziò l’esperienza di Matilde nel mondo Scout.

Fu grazie a mamma Silvia che, consapevole delle liste d’attesa  lunghissime, iscrisse la piccola Matilde già a sei anni. Se poi non le piacerà, pensò, lascerà il posto a qualcun altro. 

Fu  felicissima e fin dall’inizio tirò fuori la sua grinta e la sua vivacità. Era fiera e molto contenta della sua buffa divisa che portava con grande orgoglio. Passo dopo passo, affrontò tutte le tappe e quando arrivò ad essere vicereparto si prese cura amorevolmente delle più piccole. Tutte la cercavano e si affidavano alla sua bravura come organizzatrice, sempre in prima fila per fare, per ascoltare gli altri, per aiutare.

Con il suo gruppo si occupò personalmente di far realizzare alcuni anelli di legno per il fazzoletto che tenevano al collo. Era precisa e le piaceva curare i dettagli.

In quegli anni ci furono la scuola, affrontata con dedizione e impegno, la danza, il nuoto, la famiglia, gli amici, i sogni e gli sguardi verso le stelle per consegnare all’infinito i desideri in attesa.

Matilde in quel tempo fu una bambina allegra, presa a rincorrere la vita tra libri, gelati e sorrisi.

Dopo la scuola Fucini arrivò il momento di andare alle medie. Cominciava a farsi ragazzina, a pensare a cosa voler fare da grande. In quel periodo cominciò l’avventura della marcia con l’atletica riportando ottimi risultati e un anno vinse persino una borsa di studio per i meriti scolastici e sportivi.

A scuola era sempre molto brava, l’orgoglio di mamma e babbo, e tra una pagella e la nuova lista dei libri, arrivò l’esame di terza media. Fu il tempo dell’indecisione: scegliere il Liceo scientifico o il socio economico; la paura del faccia a faccia con la matematica e la conoscenza della prof di francese durante l’open day, sgombrò il campo da ogni dubbio e  portarono Matilde al Liceo Forteguerri. 

Niente, ma proprio niente, poteva far presagire quello che aspettava  Matilde dietro l’angolo.

L’estate era sempre sinonimo di spensieratezza, mare e viaggi.

In Versilia con i nonni e  gli amici che di anno in anno si ritrovavano, la settimana in montagna e la scelta di una meta nuova con la famiglia. 

Quei viaggi, ora sbiaditi nelle fotografie, sono ricordi indelebili, forti e dolorosi che qualche volta riportano alla mente il suono delle sue risate.

La malattia è arrivata all’inizio della terza superiore quando sono iniziati alcuni accertamenti per qualcosa che sembrava banale.

Cominciarono le visite, gli esami medici più approfonditi, poi arrivò il 13 dicembre del 2017.

Quella mattina a Pisa c’era tutta la famiglia Capecchi.  Furono pronunciate parole dolorose e la verità cominciò a mostrare i suoi contorni.

A Matilde non è mai stato nascosto niente. Ha voluto sempre sapere tutto.

La mattina dopo era di nuovo a Pisa e l’oncologo le spiegò cosa sarebbe accaduto: cicli lunghissimi di chemio, radio, a volte anche chemio e radio insieme, perché la massa che si era intrufolata nella sua coscia doveva essere ridotta per facilitare il lavoro dei chirurghi.

Cominciò un periodo difficile, di grande sofferenza fisica; nonostante tutto, come il corpo recuperava un po’ di forze, non si tirava indietro dalle esperienza e dalle emozioni tipiche della sua età. Così c’era spazio per una cena con le amiche, per un’uscita in allegria e la scuola che l’ha sempre vista partecipe ed impegnata per non rimanere indietro. Volenterosa di imparare, mai in cerca di sconti su un compito o un’interrogazione, anzi esempio positivo anche per il resto della classe.

Matilde non ha mai perso la grinta, neppure quando a tanta sofferenza non corrispondevano i risultati. Chemio e radio non ridussero la massa; lei, invece di abbattersi, parlò con i medici, dei quali si fidava ciecamente, e ripartì per oltrepassare un altro ostacolo.

Arrivò così il giorno dell’intervento. 

Sedici lunghissime ore di lavoro, varie equipe impegnate in un intervento chirurgico delicatissimo  salvarono la sua gamba; l’alternativa sarebbe stata l’amputazione.

Milioni di  volte è stato il suo sorriso a dare forza e coraggio alla sua famiglia.

Sola con mamma Silvia, non ha mai perso l’allegria durante i lunghi ricoveri, cercando di assaporare tutto il positivo che quell’assurda situazione le poteva offrire: una risata con i clown, una battuta con le infermiere, un regalo inaspettato.

Chi ha vissuto accanto a Matilde nel tempo della malattia, ricorda indelebile la sua forza, la sua tenacia, la sua voglia di credere che avrebbe vinto lei, perché non poteva esserci un destino così crudele.

L’operazione fu un successo, la massa fu rimossa. Cominciò la riabilitazione, i capelli iniziarono a ricrescere e le stampelle  la fecero camminare sicura.

Riprese la scuola, aiutata dalle amiche che non l’hanno mai fatta sentire malata, recuperò brillantemente gli studi e  la voglia di guardare ancora con fiducia al futuro.

Finalmente, dopo tanta sofferenza era tornato il sereno.

Matilde era felice. La malattia le aveva fatto conoscere la sofferenza e il dolore, ma le aveva anche regalato esperienze straordinarie come le settimane alla Dynamo Camp.

Così, tra uno sguardo al futuro e i ricordi del percorso passato, il tempo scorse inesorabile.

Arrivò dicembre del 2018; era tutto pronto per il ritorno dall’America dell’amica Chiara, lo zaino per andare alla Pieve di Romena con gli scout, il compleanno alle porte.

Una sera però cadde e tutto sembrò sprofondare. 

Non potè partire, tornarono i brutti pensieri e le preoccupazioni.

Nel frattempo, la famiglia aveva  acconsentito a realizzare il suo grande sogno di avere un cagnolino. A scacciare la tristezza di quei giorni arrivò la barboncina Zoe, la sua fedele e inseparabile amica.

Arrivò gennaio 2019 e tutto crollò un’altra volta. 

La malattia era tornata , virulenta e più forte di prima.

Ci fu spazio per le lacrime solo per poco, perché Matilde riprese subito il suo viaggio e continuò a combattere come una leonessa.

Cominciò una chemioterapica devastante che metteva continuamente a dura prova il suo fisico. 

Matilde ha affrontato la sofferenza senza mai disperarsi, nutrendosi dell’amore che la circondava, diventando lei stessa forza per i suoi genitori e per il fratello Giovanni, al quale era legatissima.

Tra un ciclo di chemio e l’altro c’erano la scuola, i professori a casa, ci fu la gita a Siviglia, qualche uscita spensierata e la tanto attesa festa dei 18 anni…poi il Covid e il mondo che si è fermato.

Dentro di lei c’era una bomba ad orologeria ma fuori non si percepiva perché regalava a tutti il suo sorriso, una parola dolce, uno sguardo al futuro nel quale non ha mai smesso di credere, anche di fronte alle sentenze più tristi.

Così, come un soffio di vento , una sera d’aprile se n’è andata, lasciando un vuoto troppo grande da colmare con i ricordi.

Matilde è stata una giovane donna che ha affrontato il suo  calvario con una maturità ed una forza straordinaria. Per questo deve essere d’esempio a tutti coloro che combattono la propria guerra, perché bisogna avere il coraggio di rialzarsi e ridere, ridere sempre, nonostante tutto e Matilde lo ha fatto, ha sorriso, nonostante tutto.